R.I.P. Supersic

Un grande campione

La repentinità, lo svolgersi tanto inatteso quanto improvviso di un tragico avvenimento genera nello spettatore uno stato di angoscia mal controllata, associato ad una incredulità quasi isterica, direi.

E’ così che si può sintetizzare quanto vissuto stamani davanti al televisore dalle ore 16.03 alle 16.56 (ora di Sepang).

Sì, lo sai che il pericolo è sempre lì dietro l’angolo, ogni giorno, per tutti noi, e poi,sì, sai anche che per un “biker” di professione il rischio risulta elevato in maniera esponenziale, come quel piccolo numero scritto in alto delle parentesi tonde o graffe che siano, come a simboleggiare la nostra stessa esistenza racchiusa a fasi, a stagioni tra di esse.

Cos’è in definitiva la nostra vita se non il risultato di una più o meno lunga espressione aritmetica?

Oggi è morto un ragazzo di ventiquattro anni, in sella alla sua moto numero cinquantotto, un ragazzo in perenne lotta contro il tempo, quello stesso tempo che da oggi per lui si è fermato per sempre, quel suo tempo soltanto però, perchè il cronometro universale continua inesorabile nel suo scorrere ancora ed ancora…

Chronos, il divoratore dei propri figli, che poi in ultima analisi siamo tutti noi esseri umani.

Ho visto gli altri ragazzi del cosiddetto “circo su due ruote”, abbandonato il loro straripante coraggio e la loro risoluta tenacia, diventare tutti uomini seri con sguardi allucinati sul monitor, come volessero catturare un barlume di speranza da quelle immagini irreali riproposte al rallentatore, e più passavano i minuti e più rimanevano incollati alla loro sedia, come tronchi di quercia pietrificati e ognuno di loro sfigurarsi e divenire quasi un pezzo senza vita a formare, come atto estremo di solidarietà, quel corpo esanime del “capellone”, del “Supersic”, del ragazzo che non ha mollato la manopola della sua moto fino all’ultimo respiro, come se avesse dovuto altrimenti separarsi dalla sua stessa anima.

Si tende, generalmente, a tirare in ballo il destino avverso e stavolta lo è stato davvero, sovvertendo addirittura le leggi della fisica, perchè quella moto numero cinquantotto con attaccato il corpo lungo di Simoncelli ce lo siamo visti tutti arrivare sullo schermo come un pugno nello stomaco, mentre, secondo tale scienza, avrebbe dovuto scivolare docilmente verso l’esterno, verso la via di fuga, lontana dalla pista.

Così non è stato, invece, ed un altro giovane è diventato suo malgrado l’incolpevole complice di questo tragico destino, schiantando con una ruota della sua potente moto i canali vitali sul collo di Marco Simoncelli, ventiquattro anni, famoso prodigio su due ruote.

Maurizio Tocchioni